“Cena con narrazione”: storia del “non parroco” Ivo, tra sogni e tradimenti, amputazione e amore

Cecilia, con una voce esile che tradisce la sua giovane età, ma anche con un tono ispirato, legge alcune righe del libro Il nome di Dio non è più Dio di Paolo Cugini: C’è tutto un sistema di cose che fa di tutto affinché la realtà risulti compatta, bella, simpatica. C’è tutto un mondo che lavora al mascheramento della realtà, soprattutto al mascheramento delle manipolazioni del reale. E poi intervengono degli eventi che incrinano la compattezza, che aprono degli spiragli, che provocano una riflessione, una crisi e danno il via, in questo modo, al cammino della decostruzione”. Il brano, scelto da don Ivo Seghedoni, protagonista del terzo incontro del ciclo Cena con narrazione che si tiene nei giovedì di luglio al Santuario, introduce la serata che è stata teatro, come ormai da tradizione, di due narrazioni che si sono svolte in contemporanea. La prima, intensa, coinvolgente, e a tratti commovente, di don Ivo, fatta di parole, silenzi e sguardi e la seconda, più lieve, ma anche affascinante, fatta dalle mani abili di Giulia Liberati, dermatologa di professione e artigiana per passione. In diretta, utilizzando fili che si intrecciano, spilli che fermano gli snodi e fusilli che tintinnano, ha creato un prezioso tombolo, un pizzo particolare che ha origini antichissime, che si perdono nel Medioevo, usato per i corredi delle giovani spose: nelle Marche la capitale del tombolo è Offida, dove ci sono anche delle scuole con delle signore che insegnano. Nella luce del tramonto e nella speciale serenità del Santuario si respirava un’aria di bellezza e autenticità che poche volte si raggiungono quando si partecipa ad eventi del genere.

Il tema dell’edizione 2025 di questi appuntamenti è tratto dal profeta Gioele, “io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni”“Voi avete tratto il titolo delle vostre tre serate da questa proposta che viene da Paola Bignardi nella ricerca fatta sulla fede e la spiritualità dei giovani – spiega don Ivo –. Prima di fare questa ricerca, Bignardi ne aveva fatta un’altra sui seminaristi delle diocesi del Triveneto. Molti di loro dicono: noi dobbiamo realizzare i sogni dei vecchi, noi quando saremo preti giovani dovremo realizzare i sogni dei vecchi e non i nostri sogni, e di questo soffriamo”. Don Ivo, che si definisce “non parroco” di una “non parrocchia”, quella di San Pio X nella diocesi di Modena-Nonantola, colpisce al cuore i presenti perché si presenta per quello che è, con i suoi limiti, le sue debolezze e la sua profonda umanità che mette a nudo e a disposizione di chi ascolta con grande dignità. Racconta con la consapevolezza degli anni, 64, e delle ferite riportate, di aver vissuto “molta ribellione per le tante catene che soffocano la vita di un prete, molta ribellione per tutte quelle cose che ti impediscono di volare, di essere te stesso. Ho avuto molta rabbia quando ero giovane, ma ho sempre ascoltato il mio sentimento, questa voce interiore che mi gridava, che non dovevo piagnucolare ma dovevo tirarmi su le maniche”. Questa ribellione è nata dalla constatazione della presenza di “tre gabbie della parrocchia, contro le quali io mi sono scontrato subito”. La prima è “la maledizione della parrocchia” ovvero “che noi siamo tutti vittime di un immaginario. L’immaginario di quello che la parrocchia è stata. Questo immaginario che ci ha stregati cattura il prete, che se non fa le cose che si sono sempre fatte ieri si sente in colpa, perché non riesce più e non capisce perché. Questo immaginario strega anche i vescovi, che danno delle indicazioni sulla missionarietà piuttosto pallide, perché si preoccupano poi sempre di confermare quello che è il sistema da cui veniamo. Ma strega anche molti laici, che tante volte sono girati all’indietro e continuano nostalgicamente a voler ripetere esperienze di ieri perché erano tanto belle e tanto care. E si lamentano che i giovani non vogliono farle, oppure vogliono che i giovani le assumano mentre queste cose non appartengono a loro. Appartenevano a noi, appunto”. La seconda gabbia è che “le curie spesso non benedicono i progetti pastorali innovativi”, un atteggiamento che “fa stare molto male perché nelle curie c’è come un meccanismo di blocco rispetto ad ogni cosa che è nuova, che non è secondo la tradizione, che non è secondo il diritto. E tutto questo meccanismo di blocco ci fa sentire quella che viene chiamata la malattia del cattolicesimo, che è il sistema romano tridentino che deve per forza rimanere in piedi, mentre il tempo di oggi è un tempo nuovo, è un tempo diverso”. La terza gabbia è proprio fisica, perché “tutte queste chiese, tutti questi oratori, tutti questi spazi presenti sul territorio, non sono a norma tante volte e non abbiamo più le risorse economiche per garantirli. Cosicché non sono più luoghi, ma sono spazi. A volte sono casermoni che dobbiamo far funzionare o tenere in piedi, ma non sono più coerenti con la dimensione missionaria del presente”. Si tratta di “un peso strutturale, istituzionale, economico, che tante volte è sulle spalle dei preti, ma anche delle comunità e che diventa un grosso imbarazzo”.

Don Ivo, e non poteva essere altrimenti, passa alle conseguenze personali di queste sue constatazioni iniziali: “Il ruolo di parroco, con tutto ciò che significa con queste gabbie, sentivo che mi faceva invecchiare. Sentivo che rendeva me una persona polverosa, noiosa, prevedibile. Io non tollero di essere guardato, visto, percepito come parroco. Non mi piace. Perché io sono Ivo, poi sono don Ivo, poi sono il prete a servizio della parrocchia di San Pio, poi giuridicamente sono anche il parroco. Io desidero molto non avere addosso questa armatura, perché falsifica le relazioni. Sei percepito come parroco e sei collocato immediatamente in una modalità di relazione di una certa distanza, o di attesa che tu amministri certi servizi o che si regolino in un certo modo le relazioni”.

Ma c’era anche un’altra e più profonda ferita che faceva sanguinare don Ivo: “io, come tanti preti giovani, quando lo ero, 38 anni fa, sono stato una persona tradita. Sono stato tradito da quella narrazione che è stata legittimata dall’idealismo dei vent’anni. È la narrazione che la rinuncia a una relazione affettiva e sessuale con una donna e a generare dei figli fosse solo una rinuncia. Certo, una grandissima rinuncia, ma fosse solo una rinuncia. Io, come tanti, sono stato tradito da questo racconto. Un racconto che dice che questa rinuncia poi è ampiamente ricompensata dalla relazione intima con il Signore, dalla condivisione con la propria comunità e dalla passione per il Vangelo. Allora, secondo me questa è una menzogna. È una pietosa menzogna, forse a volte è un’ingenua menzogna, o forse qualche volta è anche una crudele menzogna. Perché la rinuncia a una relazione affettiva e sessuale con una donna e alla generazione dei figli non è una rinuncia. Come dice Madeleine Delbrêl, è una vera e propria amputazione. Io mi dicevo senza sosta che non volevo rinunciare all’intimità, e non sapevo come fare per non rinunciare all’intimità. Come abitare un confine tra il celibato e la scelta di avere un amore? Tra il rispettare questa scelta di celibato che avevo fatto e vivere un’intimità autentica, che fosse un’intimità però che prevedeva che non esistesse l’incontro dei corpi? Volevo che la mia vita da prete comprendesse il fatto che ci si potesse promettere una fedeltà reciproca, e che ci si potesse promettere un incontro intimo, rispettoso del celibato, certo, ma con questa trasparenza, con questa vicinanza, che non è la vittoria della solitudine, ma è il poter vivere una consonanza profonda, una musica insieme, non so come dirlo, ecco”. La soluzione è stata che “ho cominciato a cercare degli amici preti con cui esistesse una condivisione veramente profonda, una condivisione di trasparenza, una condivisione di racconto di sé, anche degli aspetti più intimi, e una condivisione di promessa reciproca, di amore, di benevolenza, di sostegno, di cammino comune, dove ci si potesse fare una promessa: io sarò per te e con te in un cammino dove stiamo procedendo su una lametta posta, per così dire, in verticale”. E poi “ho cominciato a pregare con questi amici. Eravamo in quattro. Uno di noi è morto in modo terribile e solitario tre anni dopo questo inizio del cammino, è stato veramente terribile, la sua morte è stata una scossa elettrica per noi tre che siamo rimasti. Noi abbiamo pregato insieme per quasi cinque anni, tutte le settimane, leggendo il Vangelo con l’obiettivo di raccontare la nostra vita intima agli altri a partire da quel Vangelo. Abbiamo cominciato in quattro, poi siamo diventati sei, poi otto. Adesso io vivo da 26 anni in questa comunità di preti. Siamo in dodici. Noi, dal 1998, abbiamo la condivisione economica totale dei nostri beni. La mia macchina parcheggiata qui non è mia, nel senso che non l’ho comprata con i miei soldi, ma con i nostri soldi. E noi ci chiamiamo Amicizia Presbiterale dei Santi Basilio e Gregorio, perché San Basilio e San Gregorio sono due monaci e due vescovi della Cappadocia che hanno vissuto una grandissima amicizia. C’è un testo bellissimo che tutti conosciamo, che racconta dell’amicizia reciproca… poi si sono date delle randellate, a volte hanno litigato pesantemente, proprio come noi”.

Nelle domande dopo la cena condivisa qualcuno chiede cosa si fa nella “non parrocchia” di don Ivo. La risposta parte da un fatto apparentemente catastrofico, il terremoto del 2012: “per me è stata una grazia – racconta – perché quando è venuto questo terremoto noi abbiamo chiuso la mia chiesa che ha avuto dei danni. E voi direte: perché racconto questa storia? Adesso ve lo spiego. L’abbiamo chiusa e un giorno siamo entrati in cinquanta e io ho detto: ‘Guardiamo questa chiesa… non possiamo girarla di 90 gradi? Quindi da così, l’orientamento solito, a così?’ Abbiamo provato, abbiamo studiato la cosa e, ristrutturando la chiesa, noi l’abbiamo girata di 90 gradi. Poi abbiamo fatto una sperimentazione che è durata 5 anni e nel 2018 abbiamo consacrato definitivamente questo nuovo orientamento della chiesa, che adesso appunto è un’aula dove i banchi sono posti in modo quasi circolare. Perché vi dico questa cosa? Perché questo segno di girare la chiesa è un po’ il segno simbolico liturgico, celebrativo, che dice come abbiamo condotto questa nostra comunità in questi otto anni”. A cominciare dall’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi: “per noi, nell’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi, al centro ci sono gli adulti, non i bambini, e quindi i percorsi di riscoperta della fede per i loro genitori anzitutto. Poi c’è stata questa rivoluzione liturgica dell’orientamento nuovo della chiesa, e adesso c’è questa decisione della guida sinodale della comunità. Noi abbiamo dichiarato morto il consiglio pastorale e al suo posto esiste un gruppo di cammino sinodale fatto di 30 persone che si trova ogni 3-4 settimane tutto insieme e riflette sulla nuova identità sinodale della comunità. Al suo interno ci sono dei sottogruppi: c’è un sottogruppo sui giovani, un sottogruppo sulla Caritas, un sottogruppo che si chiama gruppo ministeriale che guida la parrocchia incontrandosi tutte le settimane con me. Il gruppo di guida della parrocchia è fatto di sei persone: io, un altro uomo e quattro donne e poi c’è il gruppo di pensiero che si trova ogni 15 giorni a cercare di capire cosa vuol dire una guida sinodale della comunità. Non facciamo la sagra, non facciamo la processione, non facciamo le benedizioni; quindi ci sono molte cose che non facciamo. Tutte queste decisioni ovviamente le abbiamo prese insieme. Però facciamo altre cose: soprattutto questi tre progetti di rinnovamento hanno costituito un po’ il cammino principale della nostra comunità. Vi faccio un esempio: noi abbiamo quattro Messe la domenica perché siamo una parrocchia molto grande e abbiamo un principio che nessuna persona, nell’Eucaristia, può fare due cose. Nessuno. Se distribuisci la Comunione non leggi le letture; se canti non fai la raccolta delle offerte; cioè noi facciamo in modo che il più possibile l’Eucaristia sia partecipata da tutti. A volte facciamo l’omelia condivisa: io e un laico, io e una donna, così, insieme. E altre cose: per esempio abbiamo scritto delle professioni di fede da usare per il Credo domenicale, magari costruite sul Vangelo della domenica, e che tuttavia abbiano gli aspetti decisivi di una professione di fede — credo in Dio Padre, credo nel Figlio, credo nello Spirito, credo nella Risurrezione, credo nella Chiesa — cioè sempre diviso secondo il criterio della professione di fede, ma riscritto, per esempio, sui Vangeli della Quaresima. Facciamo tutte queste cose che facciamo insieme nel gruppo liturgico della comunità, in cui io non vado mai. La decisione della guida sinodale della comunità è nata dal fatto che a un certo punto abbiamo perso il prete giovane: sono rimasto io da solo e la domanda è stata: ‘cosa facciamo?’ Cioè come facciamo a garantire una vita della comunità impoveriti e con un solo prete per una parrocchia grandissima? Come si fa a dare ancora vita alla comunità non mettendo tutto il carico sul prete? È per questo che io dico che noi siamo una parrocchia senza: senza una guida solo maschile, senza una guida clericale. Il prete deve fare dei passi indietro perché tutti gli altri facciano un passo avanti. Che non vuol dire un’assenza, ma vuol dire lasciare dei ruoli, fare in modo che altri li possano prendere in mano con fiducia”.

Infine don Ivo, prendendo un respiro e concedendosi un momento di silenzio, affronta le domande “impossibili”: “mi chiedete visto il tradimento, la delusione che all’inizio hai percepito, che cosa ti ha spinto e ti ha guidato fino ad arrivare ad ora, a 38 anni di scelta? La vita è un mistero: noi pensiamo di avere tutto in mano perché, prima di scegliere, magari ci pensiamo tanto, ci confrontiamo, riflettiamo, preghiamo; e però poi, tante volte, si è anche condotti dove tu non vuoi. E penso che in questo mistero ci sia anche la mano di Dio che guida in un modo che sfugge un po’ anche al nostro controllo. Io ho sentito questo tradimento che dicevo prima, però io ho anche sentito sempre di essere molto amato, molto. Ho sentito che sono sempre stato molto fortunato, cioè che la mia vita è stata molto benedetta nonostante i miei tradimenti, cioè nonostante le mie mancanze, nonostante il mio carattere a volte insopportabile e anche le mie grandi fragilità. Ho capito man mano che diventavo adulto che questa non era una rinuncia ma era un’amputazione dolorosa, molto dolorosa, e che mi faceva sanguinare. Però mentre scorreva questo sangue scorreva anche tanta grazia, tanta benevolenza, tanta vicinanza, tante sorprese che venivano dalla Parola di Dio. Io poi ho avuto un padre straordinario — che non è mio padre carnale — quello che è stato il mio “padre spirituale”, che veramente mi ha accompagnato con una benevolenza straordinaria; e poi ho fatto degli incontri che hanno veramente cambiato e benedetto la mia vita. Non so perché mi sono trovato a un certo punto sul mio cammino certe persone che l’hanno fatta svoltare. E quindi sì, c’è il tradimento, la delusione, la mancanza terribile che ti fa soffrire; però c’è anche l’altra parte. E in tutto questo tu pensi: ma la mano di Dio chissà dov’è, qual è. Quindi io sono molto felice di essere prete; io sono anche contento di essere celibe; però io non nascondo che in certi momenti è stato difficilissimo”.

Simona Mengascini