Dialogo con don Paolo Zago. Il punto di vista di un sacerdote milanese che da oltre 40 anni frequenta da vicino, in tutta la loro complessità, la società israeliana e quella dei territori palestinesi.


Prima ancora che sul piano ufficiale, l’Italia ha un millenario rapporto con il Medio Oriente e la Terra di Santa. In ogni città esistono reti costruite da parrocchie, associazioni ed enti locali in una sorta di diplomazia popolare che permette di cogliere la ricchezza e la complessità delle persone e dei popoli.

Don Paolo Zago, parroco a Gorgonzola, già rettore per lunghi anni del prestigioso liceo Montini di Milano, ha instaurato da circa 40 anni solide relazioni con ambienti palestinesi ed ebraici, a partire dai suoi primi viaggi a Gerusalemme, che ha man mano condiviso con gli studenti e i volontari delle parrocchie dove ha svolto il suo servizio.

Come è nato il suo rapporto con la Terra Santa?

Ho iniziato 41 anni fa con un pellegrinaggio sui luoghi santi e ho sentito subito una “passione interiore”: passione che si è alimentata nei viaggi successivi per incontrare la “parola incarnata” e la “geografia della salvezza”. In seguito, dopo aver condotto un corso di esercizi nei luoghi santi per un Capitolo di Suore, ho iniziato il servizio di guida biblica, dando un’impronta di carattere spirituale ai gruppi che accompagno: mi entusiasma raccontare il Vangelo nella “sua” terra.  Attratto inizialmente dai luoghi storici (“pietre morte”), ho poi sviluppato un profondo legame con le persone che vi abitano e soffrono (“pietre vive”). Inoltre, per quasi 20 anni ho trascorso due settimane ogni estate come volontario in Cisgiordania, a servizio delle Suore dell’Hortus conclusus a sud di Betlemme e a contatto con famiglie cristiane locali, e poi presso l’istituto dei guanelliani a Nazareth, che assiste più di 200 bambini disabili (ora molti di meno per gli aborti selettivi praticati anche in questo differente contesto culturale).

Parliamo di una questione difficile e complessa quando si tocca il tasto Palestina e Israele… se ne può parlare?

Mi piace ripetere questa frase: “Se quando torni dalla Terra Santa credi di aver capito tutto… vuol dire che te l’hanno spiegata male!”. La complessità si manifesta a diversi livelli. Prima di tutto non si può generalizzare parlando di “ebrei” o “palestinesi”, poiché esistono diverse fazioni, gruppi e identità.  Tra gli ebrei possiamo ricordare almeno: coloni, ashkenaziti, mizrahi, haredim e differenti gruppi ultraortodossi o anche antisionisti, ebrei religiosi come i Chassidim Satmar. Tra i palestinesi: Fatah, OLP, Hamas, ANP, cristiani palestinesi, arabi israeliani. Di chi parliamo quando diciamo “ebrei” o “palestinesi”?

Ovviamente la tragedia in corso non inizia il 7 ottobre..

Certo, e affonda le radici in una storia raccontata in modo diverso, e spesso opposto, dalle due parti (“due racconti” difficili da districare) che hanno tuttavia dei tratti comuni, ad esempio nella concezione della terra e della storia che è molto diversa da quella occidentale. Per gli abitanti della Terra Santa, la “terra” ha un valore sacro e la “storia” è un “presente continuo”, non un passato da superare. La situazione in ambito ebraico si è complicata dalla recente unione tra movimenti religiosi e nazionalisti che era assente nella prima generazione dei sionisti ashkenaziti

È cioè intervenuta una svolta del sionismo, da posizioni laiche e laiciste verso posizioni religiose. Lo stato ebraico nella terra dei padri è visto come realizzazione politico e religiosa delle promesse di Dio.

Come sappiamo bene noi cristiani, quando la religione si unisce con la politica cominciano i disastri fino a prefigurare a una visione della terra come “diritto divino”. La religione, sia in ambito palestinese che ebraico, è diventata parte del problema, mentre invece dovrebbe essere parte della soluzione.

Tutte le religioni devono avere il coraggio di riaffrontare e rileggere in un’altra prospettiva i propri “testi violenti”, per evitare qualsiasi interpretazione aberrante. Ciò comporta anche per noi di ripensare ad esempio categorie come la Provvidenza quale ricompensa e la volontà di Dio. Va ricompreso radicalmente cosa significhi che “Dio interviene nella storia”.

Non esiste un problema irrisolto con l’ebraismo?

Per gli ebrei ortodossi fondare uno stato ebraico in Palestina fa parte della missione affidata da Dio ad Abramo e Mosè e mai revocata, come sostiene anche la dichiarazione Tra Gerusalemme e Roma delle tre più importanti organizzazioni ebraiche (rabbinati di Europa, America e Israele) scritta a 50 anni dalla Nostrae aetate. Per noi cattolici, invece, lo Stato di Israele in quanto tale non può essere considerato teologicamente come adempimento della promessa biblica di una terra fatta da Dio al suo popolo.

D’altra parte anche da parte cristiana c’è una certa superficialità ed arretratezza nel porsi di fronte al popolo ebraico:  lo riscontro quando sento ripetere concezioni di una “sostituzione” di elezione del popolo ebraico con quello cristiano, senza riconoscere tra l’altro la continuità tra antico e nuovo Testamento, in una logica quasi di ripresentazione dell’eresia marcionita, che contrapponeva l’Abbà di Gesù al Dio dell’antico testamento.

Esiste anche il cristianesimo sionista professato da alcuni politici statunitensi, che appare difficile capire…

È una vera e propria follia, così come la forma religiosa esibita dal governo Trump, dove sono in tanti a definirsi cristiani sionisti seguendo una visione che lega il ritorno di Cristo alla fondazione dello stato ebraico, interpretando la rivelazione in chiave politica.

Ha potuto vedere in Israele dei segnali che vanno in direzione diversa?

Sì, esistono semi di speranza, luoghi ed esperienze di incontro. Anche nello stesso mondo ebraico ultraortodosso ci sono delle differenze non marginali. Le faccio un esempio. Chi si reca a Gerusalemme oggi resta sorpreso dal fatto che uno dei luoghi più visitati in questi ultimi anni sia il museo del cosiddetto “Terzo Tempio”, Temple Institute, che alcuni vogliono costruire  al posto della Moschea  al-Aqsa ( il terzo luogo santo per i musulmani sunniti, ndr). Allo stesso tempo esiste però anche una visione rabbinica completamente diversa, come quella del movimento chassidico Chabat-Lubavitc, secondo cui il terzo tempio sarà costruito dagli uomini nelle sue fondamenta, ma “scenderà dal cielo” nella sua realizzazione. Una visione che considero affascinante per i cristiani, in quanto Gesù, uomo tra gli uomini, si è presentato come il “nuovo tempio, sceso dal cielo” che compie le antiche profezie.

Al momento tuttavia il mondo intero assiste attonito al massacro in atto a Gaza da parte del governo Netanyahu, in cui sono presenti esponenti di partiti suprematisti e violenti tanto da far dire ad Anna Foa che siamo di fronte al suicidio di Israele.

Sono d’accordo sulla deriva inaccettabile presa dal  governo israeliano, soprattutto da parte di alcuni suoi ministri che ne condizionano l’operato e sul fatto che sia necessario fermare quello che sta accadendo. Rileggendo un vecchio numero di Limes, che riportava la posizione allora di minoranza, nel Likud, di Netanyahu, ho visto che ha sempre considerato l’approccio ai palestinesi, allora Al Fatah, solo come terroristi da combattere.  Temo tuttavia che un isolamento politico di Israele possa ottenere l’effetto contrario, rafforzando le posizioni estremiste che fanno leva sulla convinzione di essere perseguitati in un mondo in cui “non ci ama nessuno, nessuno ci vuole, quindi dobbiamo lottare”, finendo per sostenere le frange più radicali. Riconosco la buona intenzione di chi cerca soluzioni e l’opportunità di un grande movimento popolare che manifesta per la pace e contro la guerra, ma  certe manifestazioni violente nei toni e negli slogan rischiano di far aumentare la violenza e persino l’antisemitismo, che non è mai stato debellato del tutto.

E allora come se ne esce da questo incubo?

Vedo due soluzioni che considero estreme e inaccettabili, e altre due soluzioni teoricamente ideali, ma attualmente purtroppo impraticabili, per cui occorre puntare ad una proposta realistica che fermi la violenza.

Quali sono le soluzioni inaccettabili?

Quelle che si autoescludono perché affermano la costituzione “dal fiume al mare” di un califfato islamico, come previsto dalla costituzione di Hamas, o di un unico stato ebraico  secondo i gruppi religioso-nazionalisti ebrei

E quelle ideali ma attualmente impraticabili?

La prima è quella dei “due popoli, due stati” promossa dall’ONU dal 1947 e dagli Accordi di Oslo nel 1993 che abbiamo sostenuto e appoggiato per anni (anche se non tutti). Oggi è “impraticabile oggettivamente” non solo per la presenza di 700-800.000 coloni in Cisgiordania che rende la creazione di uno stato palestinese senza continuità territoriale uno “stato groviera”, ma anche perchè la rimozione dei coloni  scatenerebbe una guerra civile all’interno dello stesso Israele.

La seconda soluzione auspicabile sarebbe la proposta di One Land for All (Uno stato per tutti) storicamente sostenuta dal patriarcato e da altri movimenti. Una visione affascinante e in parte visibile a Gerusalemme, dove, è difficile a credersi, ebrei e arabi convivono senza troppi problemi, anche se l’odio accumulato dopo il 7 ottobre rende tutto “molto difficile”. Ma soprattutto è impraticabile per ragioni demografiche: uno stato unico significherebbe per Israele o rinunciare al suo carattere ebraico (poiché è evidente che, in tale configurazione, gli ebrei, già nel medio temine, non sarebbero più la maggioranza demografica), oppure al suo carattere democratico (cosa che fa parte di Israele fin dalla sua fondazione).

Quale sarebbe una soluzione più realistica?

Vedo in maniera positiva quella proposta dal Movimento Federalista, sostenuta da alcuni docenti universitari israeliani e dal professor Rocco Scaggiante, docente di letteratura italiana all’Università di Betlemme, che promuovono un unico stato  composto da  una federazione di 30 piccoli stati autonomi ed etnici (20 ebraici, 9 arabi, 1 druso). So che non è la “pace giusta”, ma forse sarebbe “il meglio possibile” in questo momento, perché consentirebbe una autonomia territoriale e di governo ai palestinesi, pur sotto un governo israeliano.

Tale soluzione non è simile a quella escogitata dal regime sudafricano colonialista con la creazione di stati fantoccio (bantustan) utili a mantenere il potere in mano alla minoranza bianca? Non è più ragionevole riconoscere lo stato palestinese come fatto dalla Santa Sede nel 2015 lasciando a palestinesi e israeliani, in posizioni formali di parità,  di trovare le forme più accettabili di convivenza ? 

Il riconoscimento dello Stato di Palestina andava fatto prima, per dare forza al movimento politico diplomatico espresso con gli Accordi di Oslo, come fatto dalla Santa Sede. Ma nel contesto attuale, post-7 ottobre, diventa molto problematico. Le recenti decisioni di Francia, Inghilterra, Canada, eccetera, potrebbero rischiare di essere interpretate come un segnale di riconoscimento dell’azione portata avanti da Hamas con la forza e la violenza, come a dire: “con la diplomazia non si ottiene nulla, con la lotta violenta sì”. Ci sono poi questioni pratiche: di quale territorio parliamo? Chi lo governa? Quale autorità riconoscere? Rischia di essere una presa di posizione contro Israele e basta.

Ma non è invece un modo per fermare lo strapotere del governo israeliano che sta compiendo crimini di guerra a Gaza e gravi violazioni dei diritti umani nei territori occupati?

Israele si è infilato oggettivamente in un vicolo cieco che non ha soluzione a Gaza. Il massacro e la distruzione compiuta (senza entrare nella diatriba se sia o no genocidio) non è accettabile. E non può più vantare il diritto di difesa. Temo tuttavia  che l’isolamento internazionale finisca per rafforzare le posizioni estremistiche che possono sempre contare sulla superiorità tecnologica e militare di Israele. Vedo più efficace cercare alleanze sulle posizioni degli  ebrei mizrahi (di origine araba) che sono circa il 40% della popolazione e che si manifestano a favore del dialogo coi palestinesi, senza per questo  appartenere alla sinistra politica che resta sionista. La critica verso Israele non può allo stesso tempo non tener conto delle gravi responsabilità di Hamas.

Ma non sono in pochissimi a difendere il diritto di  difesa, anche in forme terroristiche, di tale formazione politico militare?

Certo, ma occorre ribadire che è criminale la posizione di Hamas che espone la popolazione all’affamamento pur di non arrendersi e consegnare gli ostaggi, così come occorre denunciare il fatto che ha messo le sue postazioni militari sotto ospedali e sotto scuole nella convinzione che il “sangue di martiri” sia necessario alla causa. Pensare tuttavia di distruggere Hamas è impossibile, perché è un’ideologia destinata ad alimentarsi dall’odio seminato dalla violenza della repressione. Occorre un percorso politico di dialogo.  È difficile ma occorre sognare in questo senso.

Chi è disposto a parlare con il nemico ?

Mi rendo conto che io per primo non ho mai pensato di poterlo fare, ma ora ad esempio proverò un dialogo con i coloni, gli estremisti dell’altra sponda. Accompagnato da 20 volontari cercherò di dialogare con i rappresentanti di una colonia ebraica. L’obiettivo non è convincerli, ma “incontrarli, per ascoltarli, per comprendere le ragioni dell’altro”, conoscere il loro punto di vista e il loro vissuto, nel tentativo di estirpare tanti pregiudizi sempre crescenti e di entrare maggiormente nella complessità di questo conflitto, senza dare troppi giudizi affrettati. Mi piace moltissimo l’indicazione che poco dopo il 7 ottobre mi diede l’allora Custode di Terra Santa padre Patton: “Occorre una equidistanza di fronte alla violenza di entrambe le parti, anzi di più: una equivicinanza verso le persone”. Ed è su questa equivicinanza che cerco di muovere alcuni piccoli passi.

In considerazione delle responsabilità di ciò che sta avvenendo a Gaza e nei territori palestinesi occupati come valuta la richiesta avanzata anche dagli ambasciatori nella lettera aperta alla Meloni di sospendere ogni rapporto e cooperazione, di qualunque natura, nel settore militare e della difesa con Israele? 

La situazione a Gaza, almeno per ciò che ci è dato di sapere attraverso i nostri mezzi di informazione, è gravissima e va fermata: è un crimine contro l’umanità. Per cui mi pare ci siano le condizioni oggettive per mettere in atto questa e altre azioni simili, per tentare, per quanto è in nostro potere, di porre fine a questa sciagura. È nostro dovere agire.

Tutto ciò che può servire per fermare il progetto di “annessione” che la destra del governo israeliano, ormai anche esplicitamente, vuol mettere in atto, a Gaza come in Cisgiordania, va sostenuto ed incentivato.