Martedì 20 gennaio, alle 11.30, la Conferenza Stampa di presentazione del Messaggio di Leone XIV per la 34a Giornata Mondiale del Malato (11 febbraio 2026): “La compassione del Samaritano: amare portando il dolore dell’altro”.

Messaggio per la XXXIV Giornata Mondiale del Malato

(13 gennaio ma reso pubblico il 20 gennaio 2026)

La compassione del samaritano: amare portando il dolore dell’altro

Cari fratelli e sorelle!

La XXXIV Giornata Mondiale del Malato sarà celebrata solennemente a Chiclayo, in Perù, l’11 febbraio 2026. Per questa circostanza ho voluto riproporre l’immagine del buon samaritano, sempre attuale e necessaria per riscoprire la bellezza della carità e la dimensione sociale della compassione, per porre l’attenzione sui bisognosi e sui sofferenti, come sono i malati.

Tutti abbiamo ascoltato e letto questo commovente testo di San Luca (cf. Lc 10,25-37). A un dottore della legge che gli chiede chi sia il prossimo da amare, Gesù risponde raccontando una storia: un uomo che viaggiava da Gerusalemme a Gerico fu aggredito dai ladri e lasciato mezzo morto; un sacerdote e un levita passarono oltre, ma un samaritano ebbe compassione di lui, gli fasciò le ferite, lo portò in una locanda e pagò perché fosse curato. Ho voluto proporre la riflessione su questo passo biblico, con la chiave ermeneutica dell’Enciclica Fratelli tutti, del mio amato predecessore Papa Francesco, dove la compassione e la misericordia verso il bisognoso non si riducono a un mero sforzo individuale, ma si realizzano nella relazione: con il fratello bisognoso, con quanti se ne prendono cura e, alla base, con Dio che ci dona il suo amore.

1. Il dono dell’incontro: la gioia di dare vicinanza e presenza

Viviamo immersi nella cultura della rapidità, dell’immediatezza, della fretta, ma anche dello scarto e dell’indifferenza, che ci impedisce di avvicinarci e fermarci lungo il cammino per guardare i bisogni e le sofferenze che ci circondano. La parabola racconta che il samaritano, vedendo il ferito, non è “passato oltre”, ma ha avuto per lui uno sguardo aperto e attento, lo sguardo di Gesù, che lo ha portato a una vicinanza umana e solidale. Il samaritano «si è fermato, gli ha donato vicinanza, lo ha curato con le sue stesse mani, ha pagato di tasca propria e si è occupato di lui. Soprattutto gli ha dato […] il proprio tempo»[1]. Gesù non insegna chi è il prossimo, ma come diventare prossimo, cioè come diventare noi stessi vicini[2]. A questo proposito, possiamo affermare con Sant’Agostino che il Signore non ha voluto insegnare chi fosse il prossimo di quell’uomo, ma a chi lui doveva farsi prossimo. Infatti nessuno è prossimo di un altro finché non gli si avvicina volontariamente. Perciò si è fatto prossimo colui che ha avuto misericordia[3].

L’amore non è passivo, va incontro all’altro; essere prossimo non dipende dalla vicinanza fisica o sociale, ma dalla decisione di amare. Per questo il cristiano si fa prossimo di chi soffre, seguendo l’esempio di Cristo, il vero Samaritano divino che si è avvicinato all’umanità ferita. Non si tratta di semplici gesti di filantropia, ma di segni nei quali si può percepire che la partecipazione personale alle sofferenze dell’altro implica il donare sé stessi, significa andare oltre il soddisfacimento dei bisogni, per arrivare a far sì che la nostra persona sia parte del dono[4]. Questa carità si nutre necessariamente dell’incontro con Cristo, che per amore si è donato per noi. San Francesco lo spiegava molto bene quando, parlando del suo incontro con i lebbrosi, diceva: «Il Signore stesso mi condusse tra loro»[5], perché attraverso di loro aveva scoperto la dolce gioia di amare.

Il dono dell’incontro nasce dal legame con Gesù Cristo, che identifichiamo come il buon samaritano che ci ha portato la salute eterna e che rendiamo presente quando ci chiniamo davanti al fratello ferito. Sant’Ambrogio diceva: «Poiché dunque nessuno ci è più prossimo di colui che ha guarito le nostre ferite, amiamolo come Signore, e amiamolo anche come prossimo: niente infatti è così prossimo come il capo alle membra. Amiamo anche colui che è imitatore di Cristo: amiamo colui che soffre per la povertà altrui, a motivo dell’unità del corpo»[6]. Essere uno nell’Uno, nella vicinanza, nella presenza, nell’amore ricevuto e condiviso, e godere, come San Francesco, della dolcezza di averlo incontrato.

2. La missione condivisa nella cura dei malati

San Luca prosegue dicendo che il samaritano “sentì compassione”. Avere compassione implica un’emozione profonda, che spinge all’azione. È un sentimento che sgorga da dentro e porta all’impegno verso la sofferenza altrui. In questa parabola, la compassione è il tratto distintivo dell’amore attivo. Non è teorica né sentimentale, si traduce in gesti concreti: il samaritano si avvicina, medica le ferite, si fa carico e si prende cura. Ma attenzione, non lo fa da solo, individualmente, «il samaritano cercò un affittacamere che potesse prendersi cura di quell’uomo, come noi siamo chiamati a invitare e incontrarci in un “noi” che sia più forte della somma di piccole individualità»[7]. Io stesso ho constatato, nella mia esperienza di missionario e vescovo in Perù, come molte persone condividono la misericordia e la compassione alla maniera del samaritano e dell’albergatore. I familiari, i vicini, gli operatori sanitari, le persone impegnate nella pastorale sanitaria e tanti altri che si fermano, si avvicinano, curano, portano, accompagnano e offrono ciò che hanno, danno alla compassione una dimensione sociale. Questa esperienza, che si realizza in un intreccio di relazioni, supera il mero impegno individuale. In questo modo, nell’Esortazione apostolica Dilexi te non solo ho fatto riferimento alla cura dei malati come a una «parte importante» della missione della Chiesa, ma come a un’autentica «azione ecclesiale» (n. 49). In essa citavo San Cipriano per mostrare come in quella dimensione possiamo verificare la salute della nostra società: «Questa epidemia, questa peste, che sembra orribile e funesta, mette alla prova la giustizia di ognuno, ed esamina i sentimenti del genere umano: se i sani servano i malati, se i parenti amino con rispetto i loro congiunti, se i padroni abbiano compassione dei servi che stanno male, se i medici non abbandonino i malati che chiedono aiuto»[8].

Essere uno nell’Uno significa sentirci veramente membra di un corpo in cui portiamo, secondo la nostra vocazione, la compassione del Signore per la sofferenza di tutti gli uomini[9]. Inoltre, il dolore che ci commuove non è un dolore estraneo, è il dolore di un membro del nostro stesso corpo del quale il nostro Capo ci comanda di prenderci cura per il bene di tutti. In questo senso si identifica con il dolore di Cristo e, offerto cristianamente, affretta il compimento della preghiera del Salvatore stesso per l’unità di tutti[10].

3. Spinti sempre dall’amore per Dio, per incontrarci con noi stessi e con il fratello

Nel duplice comandamento: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso» (Lc 10,27), possiamo riconoscere il primato dell’amore per Dio e la sua diretta conseguenza sul modo di amare e di relazionarsi dell’uomo in tutte le sue dimensioni. «L’amore per il prossimo rappresenta la prova tangibile dell’autenticità dell’amore per Dio, come attesta l’apostolo Giovanni: “Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi. […] Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui” (1Gv 4,12.16)»[11]. Sebbene l’oggetto di tale amore sia diverso: Dio, il prossimo e se stessi, e in tal senso possiamo intenderli come amori distinti, essi sono sempre inseparabili[12]. Il primato dell’amore divino implica che l’azione dell’uomo sia compiuta senza interesse personale né ricompensa, bensì come manifestazione di un amore che trascende le norme rituali e si traduce in un culto autentico: servire il prossimo è amare Dio nei fatti[13].

Questa dimensione ci permette anche di rilevare ciò che significa amare sé stessi. Significa allontanare da noi l’interesse di fondare la nostra autostima o il senso della nostra dignità su stereotipi di successo, carriera, posizione o discendenza[14] e recuperare la nostra collocazione davanti a Dio e al fratello. Benedetto XVI diceva che «la creatura umana, in quanto di natura spirituale, si realizza nelle relazioni interpersonali. Più le vive in modo autentico, più matura anche la propria identità personale. Non è isolandosi che l’uomo valorizza se stesso, ma ponendosi in relazione con gli altri e con Dio»[15].

Cari fratelli e sorelle, «il vero rimedio alle ferite dell’umanità è uno stile di vita basato sull’amore fraterno, che ha la sua radice nell’amore di Dio»[16]. Desidero vivamente che nel nostro stile di vita cristiana non manchi mai questa dimensione fraterna, “samaritana”, inclusiva, coraggiosa, impegnata e solidale, che ha la sua radice più intima nella nostra unione con Dio, nella fede in Gesù Cristo. Infiammati da questo amore divino, potremo davvero donarci per il bene di tutti i sofferenti, specialmente dei nostri fratelli malati, anziani e afflitti.

Eleviamo la nostra preghiera alla Beata Vergine Maria, Salute dei malati; chiediamo il suo aiuto per tutti coloro che soffrono, che hanno bisogno di compassione, ascolto e conforto, e supplichiamo la sua intercessione con questa antica preghiera, che veniva recitata in famiglia per coloro che vivono nella malattia e nel dolore:

Dolce Madre, non allontanarti,

non distogliere da me il tuo sguardo.

Vieni con me ovunque

e non lasciarmi mai solo.

Tu che sempre mi proteggi

come mia vera Madre,

fa’ che mi benedica il Padre,

il Figlio e lo Spirito Santo.

Imparto di cuore la mia benedizione apostolica a tutti i malati, ai loro familiari e a quanti li assistono, agli operatori sanitari, alle persone impegnate nella pastorale della salute e in modo speciale a coloro che partecipano a questa Giornata Mondiale del Malato.

Dal Vaticano, 13 gennaio 2026

Conferenza Stampa di presentazione del Messaggio per la Giornata Mondiale del Malato

Alle ore 11.30 di oggi, presso la Sala Stampa della Santa Sede, Via della Conciliazione, 54, si è tenuta la Conferenza Stampa di presentazione del Messaggio del Santo Padre Leone XIV per la XXXIV Giornata Mondiale del Malato 2026, che si celebra l’11 febbraio 2026, sul tema “La compassione del Samaritano: amare portando il dolore dell’altro”. Sono intervenuti: l’Em.mo Card Michael Czerny S.J., Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale; Delegato Ufficiale di Papa Leone XIV per la giornata mondiale del malato a Chiclayo, Perù; P. Michel Daubanes, Rettore del santuario Notre Dame di Lourdes; Dott.ssa Giulia Civitelli, Medico Responsabile Poliambulatorio Caritas – Roma (Missionaria Secolare Scalabriniana) e Marina Melone, di ‘Casa Gelsomino’, struttura che accoglie e aiuta le famiglie dei bambini ricoverati all’Ospedale Bambino Gesù.

Ne pubblichiamo gli interventi:

Intervento dell’Em.mo Card. Michael Czerny S.J.

Curare è compito della medicina, di cui si parla sempre molto nei notiziari. Ma il Messaggio di Papa Leone XIV per la Giornata Mondiale del Malato 2026 parla di guarigione, che è qualcosa di più ampio e più profondo del semplice curare le malattie. Ci vuole coraggio per leggere questo Messaggio con attenzione e prenderlo sul serio, con mente aperta e cuore aperto. Non ti lascia come eri prima.

Come trattiamo i malati, gli anziani, i disabili, i poveri tra noi? E anche se uno appartiene a una o più di queste categorie, ci sono sempre altri intorno che soffrono e che possiamo incontrare e a cui possiamo rispondere. “Ero malato e mi avete visitato” (Matteo 25,36): Gesù spiega quanto ci è vicino, quanto è facile incontrarlo, se abbiamo il coraggio di tendere la mano “a uno di questi miei fratelli più piccoli” (Matteo 25,40).

Ogni messaggio papale ci riporta alle basi, ma penso che questo Messaggio sia davvero per tutti. È per i cristiani e allo stesso modo per tutti gli altri. Sarà interessante e illuminante sentire cosa ne pensano i non cristiani.

Il Messaggio è suddiviso in tre parti: la prima parla dell’incontro, che si rivela così importante non solo per i malati, ma per tutti. La seconda parla della compassione, senza la quale non c’è guarigione. E la terza parla del vero amore.

I) Nel nostro mondo iperconnesso non si è mai parlato tanto di isolamento, solitudine, mancanza di speranza. E quindi, dell’importanza dell’incontro: tutti hanno bisogno di “un orecchio che ascolti”, ma i malati lo rendono così evidente, così concreto, così immediato. L’incontro deve essere reale, non sentimentale, fugace, elettronico. L’incontro vero è coraggioso, inclusivo. Così, rispondere ai malati mette alla prova la qualità e la verità delle nostre relazioni. Il Santo Padre ci offre il grande esempio del Buon Samaritano, non da ammirare ma da imitare, e il Messaggio ci incoraggia a farlo.

II) Nella seconda parte, il Santo Padre condivide la sua esperienza personale come missionario e vescovo in Perù. Ha visto molte persone mostrare “misericordia e compassione nello spirito del Samaritano e dell’oste. Familiari, vicini, operatori sanitari, coloro che sono impegnati nella pastorale dei malati, e molti altri si fermano lungo la strada per avvicinarsi, guarire, sostenere e accompagnare chi è nel bisogno.”

Anche se tradizionalmente rivolto agli operatori sanitari e pastorali cattolici, il Messaggio di quest’anno si rivolge a tutti, perché siamo un solo corpo, un’unica umanità di fratelli e sorelle, e quando qualcuno è malato e soffre, tutte le altre categorie – che tendono a dividere – svaniscono nella loro insignificanza. “Il dolore che ci muove non è esterno o estraneo, ma è il dolore di un membro del nostro stesso corpo”, di cui Cristo nostro Capo ci comanda di prenderci cura, per il bene di tutti.

III) La terza e ultima sezione parla del vero amore. Ha tre dimensioni essenziali e inseparabili: l’amore di Dio, l’amore del prossimo e l’amore di sé. La prima è misteriosa, la terza è sfuggente, ma amare il prossimo – che Gesù identifica come chiunque abbia bisogno di noi – è alla portata di tutti.

“Servire il prossimo,” dice Papa Francesco, “è amare Dio con i fatti”, e Papa Benedetto XVI: “Non è con l’isolamento che l’uomo stabilisce il suo valore, ma ponendosi in relazione con gli altri e con Dio.” Questo merita di essere pensato e cercato, per tutta la vita.

Sono fortunato a rappresentare Papa Leone nella presentazione di questo Messaggio nella sua diocesi d’origine, Chiclayo, in Perù, l’11 febbraio, festa di Nostra Signora di Lourdes e 34ª Giornata Mondiale del Malato. Spero che questo Messaggio non solo venga ascoltato in quel giorno, ma continui a ispirare gesti di incontro, compassione e amore ovunque si trovino malattia e sofferenza.

Intervento di P. Michel Daubanes

Buongiorno a tutti. Sono davvero molto contento e riconoscente per questo invito a parlare a questa conferenza stampa. È per me un onore condividere questo magnifico messaggio della 34a Giornata Mondiale del Malato, basato su quanto sta accadendo presso il Santuario di Nostra Signora di Lourdes.

Innanzitutto, vorrei dire che è sempre una grande benedizione poter vivere questa Giornata Mondiale del Malato a Lourdes l’11 febbraio, festa della Madonna di Lourdes, anniversario della prima apparizione della Vergine Maria, l’Immacolata Concezione, a Santa Bernadette Soubirous, l’11 febbraio 1858.

Questo messaggio del Santo Padre, che medita sulla compassione del buon samaritano, mi commuove profondamente. Sarà sicuramente fonte di gioia per i cappellani e per l’intera comunità accogliente del nostro Santuario. Risuona profondamente con la nostra esperienza quando accogliamo i pellegrini !

A Lourdes giungono i malati, le persone con disabilità, coloro che sono stati feriti nel cammino della vita. Lungi dall’evitarli, li avviciniamo, li accogliamo e, quando il loro numero diminuisce, per motivi economici o di altro tipo, li cerchiamo. Non li scegliamo. Si presentano a noi; è una gioia accoglierli, così come è per loro una gioia arrivare ai piedi della Madonna, alla roccia della grotta di Massabielle. Ovunque, con tutti i cappellani e i responsabili laici, mi assicuro che abbiano il primo posto, che occupino i primi banchi durante la Messa, che siano in testa alle processioni.

A Lourdes, le ferite sono numerose ed evidenti. Non c’è alcun tentativo di nasconderle; è inutile. Chi ne è segnato non se ne vergogna; sono autentiche. Le ferite sono fisiche, morali e spirituali. Spesso durano tutta la vita, raramente sono temporanee. Una grande ferita è comune a tutti noi: la ferita del peccato. L’unguento della misericordia è ampiamente applicato a coloro che lo riconoscono. Ciò avviene nella cappella delle confessioni, in risposta all’invito della Vergine Maria rivolto a Bernadette il 24 febbraio 1858, durante l’ottava apparizione: “Pregate Dio per la conversione dei peccatori”. Infatti, pellegrini di Lourdes, malati o sani che siano, ci scopriamo tutti feriti e quindi, allo stesso tempo, tutti guariti da Cristo, il divin samaritano.

A Lourdes, si intreccia una grande rete di relazioni, una rete antichissima che continua ad espandersi e rinnovarsi. Giovanissimi e molti meno giovani prestano servizio, sia presso l’Hospitalité Nostra Signora di Lourdes che presso le Hospitalité diocesane. Anche i locali dell’Ufficio Cristiano per le Persone con Disabilità sono uno di questi luoghi in cui si sperimenta quotidianamente il miracolo dell’accoglienza, dell’ascolto e della fraternità autentica. A Lourdes, siamo samaritani. A volte anche per i bisogni più elementari, come andare in bagno. Se ci sentiamo impotenti di fronte alla sofferenza o alla disabilità, grazie a un fratello o una sorella maggiore, impariamo a essere samaritani. Quanti giovani a Lourdes hanno imparato e amato aiutare i malati! Il Santuario è una magnifica scuola di umanità e di cristianesimo. Ci rendiamo conto che possiamo essere tutti samaritani. Samaritani gioiosi e contagiosi, i cui cuori non cessano mai di aprirsi, sempre di più.

A Lourdes, l’esperienza assume una profonda dimensione sociale, ecclesiale e universale. La natura della malattia di una persona ha poca importanza. Raramente ci si informa sulla sua nazionalità. La barriera linguistica è piuttosto fragile; il linguaggio utilizzato è quello della carità. Per quanto riguarda la cura, la tenerezza e il sostegno, il modello economico è basato sulla generosità, sul volontariato e sul servizio disinteressato.

All’inizio della stagione dei pellegrinaggi, la mia speranza è che i pellegrini che arriveranno a Lourdes nel 2026 siano toccati dalla grazia concessa dalla Vergine Maria, così che possano andare a servire i loro fratelli e sorelle malati e compiere atti di compassione. Così, con loro, saremo tutti samaritani del nostro tempo, di cui il nostro mondo ha così disperatamente bisogno.

Intervento della dott.ssa Giulia Civitelli

Buongiorno a tutte e tutti, è un piacere e un onore essere qui con voi oggi.

Sono Giulia Civitelli, Missionaria Secolare Scalabriniana, responsabile del Poliambulatorio della Caritas Diocesana di Roma, un ambulatorio che si trova all’interno del complesso della Stazione Termini, rivolto a persone in condizioni di estrema marginalità sociale, senza dimora, stranieri senza permesso di soggiorno. Il Poliambulatorio opera grazie al supporto di circa 150 volontari (medici, infermieri, farmacisti, volontari in accoglienza, volontari del magazzino farmaceutico e volontari della banca dati) e nel 2025 ha incontrato 2.486 persone provenienti da oltre 100 paesi diversi.

Il nostro ambulatorio è un servizio a bassa soglia di accesso e ad alto impatto relazionale, una porta aperta sulla strada, attraversata da varia umanità, con diverse esigenze, storie, percorsi.

Il Santo Padre nel suo Messaggio parla della compassione come di “un’emozione profonda che spinge all’azione” e cita anche “la dimensione sociale della compassione”. Ecco, credo che proprio questo movimento sia stato all’origine della nascita del Poliambulatorio, nel 1983, voluto da Don Luigi Di Liegro, sacerdote romano fondatore della Caritas Diocesana di Roma. Il Poliambulatorio è nato quando l’Italia stava iniziando a diventare un paese di immigrazione e i migranti non avevano possibilità di accedere al Servizio Sanitario Nazionale. La sua presenza, ancora oggi, ci dice che il diritto alla salute, per diversi motivi, non è ancora pienamente accessibile in Italia. Il Poliambulatorio continua ad operare come un’opera segno, portando avanti l’attività di assistenza insieme a quella di advocacy, di impegno per i diritti, perché non si deve dare per carità quello che deve essere dato per giustizia, come sottolineava San Paolo VI.

In questo luogo speciale, insieme alle altre operatrici e operatori Caritas e alle volontarie e volontari (quindi agendo insieme, con e “in un noi”, come dice il Santo Padre nel Messaggio), incontriamo persone nelle quali la presenza di malattia, semplice o complessa, si intreccia con storie spesso drammatiche, marginalità sociale, discriminazioni, sfruttamento, violenze, fughe dai loro paesi, traumatizzazioni e ritraumatizzazioni (come lo è anche la vita su strada), passate detenzioni. Spesso il peso che si portano sulle spalle è grande, un carico di dolore, sofferenza, mortificazione e umiliazione, aggravato dall’indifferenza di chi incontrano.

Nella sala di accoglienza del Poliambulatorio c’è una scritta, che è anche il nostro motto: accogliere è già curare. Sì, perché la cura parte da lì, dall’essere e sentirsi accolti.

Il primo e più grande bisogno che hanno tutti è quello di entrare in relazione, costitutivo di ogni essere umano (Nota 1, “La creatura umana, in quanto di natura spirituale, si realizza nelle relazioni interpersonali” scriveva il Santo Padre Benedetto XVI, citato da Papa Leone nel Messaggio).Questo ci accomuna tutti, come ci accomuna tutti il fatto di essere vulnerabili, e di avere tutti bisogno di cura e di salvezza. Ed è vero, i primi ad essere soccorsi, accolti, portati e sempre riportati a casa siamo noi, da Gesù, il Samaritano per eccellenza.

Con alcuni di essi riusciamo a stabilire relazioni profonde, che durano nel tempo, entriamo nella loro storia. Molti esprimono gratitudine in vari modi (il più delle volte con un semplice, profondo e sincero grazie). A volte il Signore ci sorprende e si manifesta nel dolore che trasforma il cuore sofferente, palpitante della sua presenza. Come nel caso che vorrei condividere con voi: la storia di una signora albanese, malata di tumore ad uno stadio terminale, che negli ultimi mesi della sua vita, accompagnata dal marito peruviano conosciuto al dormitorio Caritas, ha chiesto i sacramenti dell’iniziazione cristiana e di potersi sposare in Chiesa.

Altri gridano (in silenzio o a voce alta) il loro dolore e il loro portato di sofferenza. Alcune grida abbiamo la possibilità di ascoltarle, chiamarle per nome, proporre strade da percorrere insieme (lavorando in rete). Penso ad esempio a chi è vittima di tortura e violenza e porta nel corpo e nello spirito ferite visibili e invisibili e alle vere rinascite a cui vanno incontro queste persone se accompagnate in modo adeguato, vicino e professionale.

Altre grida possiamo solo accoglierle ed offrirle. Certo, proviamo sempre, per quello che ci è possibile, a farci vicini e proporre percorsi ma in alcuni casi, per vari motivi, si incontrano ostacoli molto grandi. Come nel caso di alcuni giovani ragazzi stranieri senza documenti e con problemi di dipendenza indotti da periodi di detenzione (il più delle volte ingiusta).

Non sempre riusciamo a stabilire relazioni profonde, non con tutti, forse per il numero di persone, per l’organizzazione, per vari motivi, ci incontriamo con il nostro limite. Questo porta a volte anche frustrazione e un senso di incompiutezza che forse ci fa anche bene, che alimenta il nostro desiderio e ci spinge all’oltre.

Il Santo Padre nel Messaggio, facendo riferimento alla Dilexi Te e a San Cipriano, afferma che da come una società si prende cura dei malati possiamo verificare “la salute della nostra società”. Concordo assolutamente con questa affermazione e mi permetto di aggiungere: la salute della nostra società si vede in particolare da come si prende cura dei malati più ai margini, di quelle persone dove la malattia si incontra con una storia di marginalità sociale e povertà.

E ancora, potremmo dire che a volte è la nostra società stessa ad essere, purtroppo, causa di malattie e di morti, quando dilagano le disuguaglianze e si diffondono le ingiustizie (Nota 2. Lo ha detto molto bene Papa Francesco al discorso tenuto all’assemblea plenaria della Pontificia Accademia per la vita nel settembre 2021. Cfr Francesco, Discorso all’assemblea Plenaria Della Pontificia Accademia Per La Vita, 27 settembre 2021). E non posso non pensare a quanto scrive il Santo Padre nella Dilexi Te: “È compito di tutti i membri del Popolo di Dio far sentire, pur in modi diversi, una voce che svegli, che denunci, che si esponga anche a costo di sembrare degli “stupidi”. Le strutture d’ingiustizia vanno riconosciute e distrutte con la forza del bene” (Nota 3. n. 97).

Davvero, come auspica il Santo Padre Leone, preghiamo perché non manchi mai “questa dimensione fraterna, “samaritana”, inclusiva, coraggiosa, impegnata e solidale” della vita cristiana, “che ha la sua radice più intima nell’unione con Dio, nella fede in Gesù Cristo”.

Intervento di Marina Melone

Buongiorno, sono Marina Melone della qui vicina Parrocchia San Gregorio VII e faccio parte della commissione parrocchiale Carità e Accoglienza che racchiude le varie realtà di carità presenti in parrocchia: dalla Soc. San Vincenzo de Paoli, al Centro di Ascolto, dai servizi per i poveri di strada al servizio di accoglienza della Casa Il Gelsomino del quale sono qui oggi a raccontare la sua storia.

Nel 2017, liberatosi un piano degli uffici parrocchiali, con l’allora parroco Padre Saul Tambini e la nostra commissione abbiamo ragionato su quale potesse essere l’utilizzo dei locali più rispondente alle necessità della parrocchia e del territorio. L’osservazione del territorio ha messo in luce la necessità per le tante famiglie che da posti anche lontanissimi portano i loro bambini alle cure dell’ospedale Bambino Gesù, di trattenersi a Roma per periodi anche molto lunghi con conseguente, spesso insostenibile, impegno economico. Da qui la nostra decisione di andare incontro a questa urgenza creando un ambiente in cui accoglienza e riservatezza potessero permettere a queste famiglie, già nella difficoltà e nel dolore, di vivere un momento di tranquillità e di conforto.

Da subito l’idea è stata quella di condividere con la comunità le decisioni affinché fosse un progetto di tutta la parrocchia e non solo di qualcuno. Per questo è stato prima approvato dal Consiglio Pastorale Parrocchiale e poi presentato e condiviso con la comunità, comunità che ha poi sostenuto economicamente e fattivamente la realizzazione e l’attuale mantenimento del progetto.

La casa è composta da quattro stanze per l’accoglienza di quattro famiglie (genitori e bambino), i relativi 4 bagni, cucina e sala comune. Il progetto nasce come comunitario e pertanto è caratterizzato dalla presenza di un gruppo di volontari della parrocchia che si alternano nella casa. La nostra presenza è prima di tutto uno “stare”, porsi accanto ai genitori (soprattutto mamme che spesso restano sole per motivi di esigenze familiari). Nel tempo abbiamo imparato sempre più ad entrare nella casa senza avere un programma ma semplicemente liberando il nostro spazio e il nostro tempo e mettendolo a disposizione di chi in quel momento potrebbe aver bisogno.

È sempre accoglienza anche quando, in una giornata non buona, nessuno esce dalla sua stanza e non vuole parlare. È accoglienza mettersi da parte e aspettare, senza fretta e senza smania di fare qualcosa. La lunga permanenza ci porta ad entrare in contatto con la vita e le sofferenze che vivono questi genitori e i bambini /ragazzi stessi e si crea così vicinanza e fiducia.

Abbiamo imparato ad essere attenti osservatori dell’altro, a scrutare lo sguardo per capire, senza dover parlare, del bisogno dell’altro. Prendersi cura è prima di tutto mettersi in ascolto anche di un gesto e rispettare la richiesta di silenzio o di ascolto che nasce. Prendersi cura per noi volontari è anche custodire con rispetto e amore la vita e i sentimenti che ci vengono consegnati da coloro che stanno attraversando un momento di fragilità e sofferenza.

Ma non sempre è facile. Abbiamo avuto diversi casi di bambini che non ce l’hanno fatta e abbiamo raccolto anche la disperazione dei genitori, la loro rabbia, il loro dolore. E se si raccoglie vuol dire che lo tratteniamo dentro di noi perché se facciamo spazio, poi lo spazio si riempie e può essere che non si riesca più a sostenerlo.

Ecco perché noi non siamo soli. Ecco il senso di essere con la comunità. La fraternità dei frati della parrocchia, il consiglio pastorale e la comunità ne è parte integrante. Noi sappiamo che il sostegno ci viene da tutti. Da chi sostiene generosamente la sua economia a chi prega costantemente per i bambini della casa. È proprio nei momenti forti, di gioia per la guarigione e, soprattutto, di immenso dolore per la perdita di un bambino, che sentiamo di far parte di un corpo unito e più grande.

Insieme ci ritroviamo in chiesa a pregare con i volontari, le famiglie stesse e la comunità. Insieme le affidiamo al Nostro Signore, insieme invochiamo lo Spirito di Consolazione per chi non trova pace per aver perso un figlio, insieme innalziamo il nostro grazie per la gioia donata. Quei momenti sono momenti di vera consolazione per i volontari certi di non essere mai soli. Attraverso il nostro servizio tutta la comunità partecipa e si prende cura di quel tratto di vita doloroso che attraversano le famiglie.

Ma l’esperienza di vicinanza a chi è nella sofferenza in questi anni mi ha restituito un grande insegnamento. Ogni volta pur cambiando le famiglie e componendosi di svariate lingue, nazionalità e personalità, sempre riesce a primeggiare un linguaggio unico tra loro. Il dolore, i timori, le attese, le preoccupazioni sforzano ognuno a rendersi conto della situazione dell’altro e al di là dei limiti linguistici e/o caratteriali tutti partecipano alle sensazioni dell’altro e comprendendosi, si aiutano. Quindi è vero che se veramente mi stai a cuore, mi interessi, io riesco con il linguaggio del cuore a comprenderti e, nella comprensione, a farmi autenticamente tuo prossimo.

[1] Francesco, Lettera enciclica Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 63.

[2] Cf. Ibidem, 80-82.

[3] Cf. S. Agostino, Discorsi, 171, 2; 179 A, 7.

[4] Cf. Benedetto XVI, Lettera enciclica Deus charitas est (25 dicembre 2005), 34; S. Giovanni Paolo II, Lettera apostolica Salvifici doloris (11 febbraio 1984), 28

[5] S. Francesco d’Assisi, Testamento, 2: Fonti Francescane, 110.

[6] S. Ambrogio, Trattato sul Vangelo di San Luca, VII, 84.

[7] Francesco, Fratelli tutti, 78.

[8] S. Cipriano, De mortalitate, 16.

[9] Cf. S. Giovanni Paolo II, Salvifici doloris, 24.

[10] Cf. Ibidem, 31.

[11] Esortazione apostolica Dilexi te (4 ottobre 2025), 26.

[12]Cf. Ibidem.

[13] Cf. Francesco, Fratelli tutti , 79.

[14] Cf. Ibidem, 101.

[15] Benedetto XVI, Lettera enciclica Caritas in veritate (29 giugno 2009), 53.

[16] Francesco, Messaggio ai partecipanti al 33° Festival internazionale dei giovani (MLADIFEST), Medjugorje, 1-6 agosto 2022 (16 luglio 2022).