La catechesi sulla Chiesa popolo di Dio di Leone XIV nell’udienza generale di mercoledì 11 marzo, l’appello e saluti finale.
Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!
Proseguendo nella riflessione sulla Costituzione dogmatica Lumen gentium (LG) oggi ci soffermiamo sul secondo capitolo, dedicato al Popolo di Dio.
Dio, che ha creato il mondo e l’umanità e che desidera salvare ogni uomo, compie la sua opera di salvezza nella storia scegliendo un popolo concreto e abitando in esso. Per questo, Egli chiama Abramo e gli promette una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia del mare (cf. Gen 22, 17-18). Con i figli di Abramo, dopo averli liberati dalla condizione di schiavitù, Dio stringe un’alleanza, li accompagna, se ne prende cura, li raccoglie ogni volta che si smarriscono. Perciò, l’identità di questo popolo è data dall’azione di Dio e dalla fede in Lui. Esso è chiamato a diventare luce per le altre nazioni, come un faro che attirerà a sé tutti i popoli, l’intera umanità (cf. Is 2, 1-5).
Il Concilio afferma che «tutto questo però avvenne in preparazione e in figura di quella nuova e perfetta alleanza che doveva concludersi con Cristo, e di quella più piena rivelazione che doveva essere trasmessa dal Verbo stesso di Dio fattosi uomo» ( LG, 9). È infatti Cristo che, nel dono del suo Corpo e del suo Sangue, raccoglie in sé stesso e in modo definitivo questo popolo. Esso è fatto ormai di gente proveniente da qualunque nazione; è unificato dalla fede in Lui, dall’adesione a Lui, dal vivere della sua stessa vita animati dallo Spirito del Risorto. Questa è la Chiesa: il popolo di Dio che trae la propria esistenza dal corpo di Cristo (Nota 1. Cf. J. Ratzinger, Il nuovo popolo di Dio, Brescia 1992, 97) e che è esso stesso corpo di Cristo (Nota 2. Cf. Y. M.-J. Congar, Un popolo messianico, Brescia 1976, 75); non un popolo come gli altri, ma il popolo di Dio, convocato da Lui e fatto di donne e uomini provenienti da tutti i popoli della Terra. Suo principio unificatore non è una lingua, una cultura, un’etnia, ma la fede in Cristo: la Chiesa è pertanto – secondo una splendida espressione del Concilio – «l’assemblea di coloro che guardano nella fede a Gesù» (LG, 9).
Si tratta di un popolo messianico, proprio perché ha per capo Cristo, il Messia. Quanti ne fanno parte non vantano meriti o titoli, ma solo il dono di essere, in Cristo e per mezzo di Lui, figlie e figli di Dio. Prima di qualunque compito o funzione, dunque, ciò che conta davvero nella Chiesa è l’essere innestati in Cristo, essere per grazia figli di Dio. Questo è anche l’unico titolo onorifico che dovremmo ricercare come cristiani. Siamo nella Chiesa per ricevere incessantemente la vita dal Padre e per vivere come suoi figli e fratelli tra di noi. Di conseguenza, la legge che anima le relazioni nella Chiesa è l’amore, così come lo riceviamo e lo sperimentiamo in Gesù; e sua meta è il Regno di Dio, verso il quale essa cammina insieme a tutta l’umanità.
Unificata in Cristo, Signore e Salvatore di ogni uomo e donna, la Chiesa non può mai essere ripiegata in sé stessa, ma è aperta a tutti ed è per tutti. Se vi appartengono i credenti in Cristo, il Concilio ci ricorda che «tutti gli uomini sono chiamati a formare il nuovo popolo di Dio. Perciò questo popolo, restando uno e unico, si deve estendere a tutto il mondo e a tutti i secoli, affinché si adempia l’intenzione della volontà di Dio, il quale in principio ha creato la natura umana una, e vuole radunare insieme i suoi figli, che si erano dispersi» (LG, 13). Anche chi non ha ancora ricevuto il Vangelo è perciò, in qualche modo, orientato al popolo di Dio e la Chiesa, cooperando alla missione di Cristo, è chiamata a diffondere il Vangelo ovunque e a tutti (cf. LG, 17), perché ciascuno possa entrare in contatto con Cristo. Questo significa che nella Chiesa c’è e deve esserci posto per tutti, e che ogni cristiano è chiamato ad annunciare il Vangelo e a dare testimonianza in ogni ambiente in cui vive e opera. È così che questo popolo mostra la sua cattolicità, accogliendo le ricchezze e le risorse delle diverse culture e, al tempo stesso, offrendo loro la novità del Vangelo per purificarle ed elevarle (cf. LG, 13).
In questo senso, la Chiesa è una ma include tutti. Così l’ha descritta un grande teologo: «Arca unica della Salvezza, deve accogliere nella sua vasta navata tutte le diversità umane. Unica sala del Banchetto, le vivande che distribuisce sono attinte da tutta la creazione. Veste senza cuciture di Cristo, essa è anche – ed è la stessa cosa – la veste di Giuseppe, dai molti colori» (Nota 3. Cf. H. de Lubac, Cattolicismo. Aspetti sociali del dogma, Milano 1992, 222).
È un grande segno di speranza – soprattutto ai nostri giorni, attraversati da tanti conflitti e guerre – sapere che la Chiesa è un popolo in cui convivono, in forza della fede, donne e uomini diversi per nazionalità, lingua o cultura: è un segno posto nel cuore stesso dell’umanità, richiamo e profezia di quell’unità e di quella pace a cui Dio Padre chiama tutti i suoi figli.
APPELLO
Si celebrano oggi a Qlayaa, in Libano, i funerali di Padre Pierre El Raii, parroco maronita di uno dei villaggi cristiani nel sud del Libano, che in questi giorni stanno vivendo, ancora una volta, il dramma della guerra. Sono vicino a tutto il popolo libanese, in questo momento di grave prova.
In arabo “El Raii” significa “il pastore”. Padre Pierre è stato un vero pastore, che è rimasto sempre accanto al suo popolo, con l’amore e il sacrificio di Gesù Buon Pastore. Non appena ha sentito che alcuni parrocchiani erano rimasti feriti da un bombardamento, senza esitazione è corso ad aiutarli. Voglia il Signore che il suo sangue sparso sia seme di pace per l’amato Libano.
Cari fratelli e sorelle, continuiamo a pregare per la pace in Iran e in tutto il Medio Oriente, in particolare per le numerose vittime civili, tra cui molti bambini innocenti. Possa la nostra preghiera essere conforto per chi soffre e seme di speranza per il futuro.
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Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare saluto i Religiosi Fatebenefratelli che ringrazio per il prezioso servizio specialmente in favore delle persone più fragili. Saluto la Delegazione della «Fiaccola Benedettina», guidata dai Sindaci di Norcia, Subiaco e Cassino e accompagnata dall’Arcivescovo Mons. Renato Boccardo. Sono lieto di benedire questo simbolo di fraternità. Auspico che la sua luce possa ispirare i governanti e i cittadini a costruire una società basata sui valori della solidarietà e della concordia, seguendo l’esempio di San Benedetto, messaggero di pace.
Il mio pensiero va infine ai malati, agli sposi novelli e ai giovani, soprattutto agli studenti del Liceo Galilei di Siena, dell’Istituto San Leone IX di Sessa Aurunca e dell’Istituto Gadda di Quarto. In questo tempo di Quaresima, proseguiamo con impegno il cammino verso la Pasqua, mistero centrale della nostra fede.

